Rime, note e libertà: due talenti dalla casa circondariale di Monza
Dal canto melodico al rap, Michele e Federico raccontano, in un podcast prodotto nell'istituto lombardo, come scrittura e musica trasformino il tempo della detenzione in un’occasione di espressione e crescita
“Scrivo parecchio, il tempo a disposizione qui è tanto. Passo letteralmente ore a scrivere, con le cuffie, ispirandomi ad altri artisti, in base al mio stato d’animo”. Michele, 22 anni, è un ragazzo detenuto nella casa circondariale di Monza, e ha una passione per il canto melodico.
Michele molto presto si avvicina alla musica, una passione trasmessa dallo zio. Per prima cosa prende lezioni di piano, ma a un certo punto deve smettere: sono troppo costose. Non demorde, impara a cantare e a scrivere canzoni da autodidatta. Prima di entrare in carcere, un paio di anni fa, tenta un provino per “Amici”, ma senza fortuna.
Federico invece ha 28 anni, e scopre il suo talento – la musica rap – in carcere. “Fuori non cantavo, neanche sotto la doccia”, dice. Ora è anche lui detenuto a Monza, ma nel periodo passato a Opera, per la prima volta, si accorge che la scrittura è il suo unico sollievo: “Avevo tanta rabbia, e occupare il tempo in isolamento è abbastanza difficile. Mi sono messo a scrivere e mi sono sfogato in questa maniera”.
Michele e Federico sono i protagonisti della prima puntata di “Oltre ogni confine”, un podcast autoprodotto dalla redazione di “Oltre i confini”, il magazine dell’istituto lombardo diretto dalla giornalista Antonetta Carrabs. Nella prima puntata, i due giovani vengono intervistati da alcuni detenuti-redattori, Giuseppe, Giovanni e Sergio.
“Due talenti nel cuore della fragilità”, come dice Carrabs in apertura del podcast. Basta sentir cantare Michele a cappella, come fa durante la puntata, per capire quanto, dietro ai versi e alla voce che ricorda un suo più noto collega, Ultimo, urlino le sue ferite. “Sì, dovrei essere più grande / ma piango davanti a mia madre / spengo l’emozione, solo finzione / il senso di colpa mi uccide / aumentano sempre le sfide / anche se sento di crollare / ora non posso mollare. / È tutto troppo per me / voglio solo riposare /è tutto fin troppo per me / ti prego lasciami andare, lasciami andare”.
Gli fa eco Federico, cresciuto a pane e Tupac, Notorious Big e 50 Cent, che rispetto a Michele ha la rabbia. Un’emozione che solo il rap sa far emergere: “Sono stato criminale / ma sono troppo originale / per rifare cose passate / ho imparato a sanguinare / senza sentire male / ora sono pronto per brillare / mi posso pure schiantare / c’ho il casco integrale”.
Michele va in sala musica per un’ora a settimana. “È un po’ poco per la passione che ho io, ma è già tanto avere un istituto che ti offre questa possibilità”, dice nel podcast. Poi frequenta il corso di hip hop, dove può registrare i pezzi, e da 10 mesi è seguito da un’insegnante privata di canto.
Federico, in arte ‘Coloshot’, ha scoperto la sua passione proprio in carcere, e ha un talento, prima che nelle mani, nelle orecchie. Sente di tutto da sempre, dal rock al rap alla techno: “Avendo ascoltato tanto, appena ho potuto avere la possibilità di trasformare questa passione in carcere, scrivendo testi, l’ho fatto”, dice nel podcast.
Il tempo vuoto del carcere diventa un’occasione preziosa per scoprire sé stessi. A dirlo è anche la direttrice dell’istituto, Cosima Buccoliero, intervenuta nella puntata di ‘Oltre ogni confine’: “Il carcere – dice – cerca di offrire delle opportunità, e se vengono colte diventano delle occasioni di crescita, per acquistare sempre maggiori spazi di libertà, non solo fisico, ma soprattutto mentale”.