Questo sito usa cookie tecnici, necessari al suo funzionamento, e cookie analitici anonimi per le statistiche di visita. Con il tuo consenso usa anche cookie di terze parti, per mostrare negli articoli video, podcast e post dei social network. Se non acconsenti all’utilizzo dei cookie di terze parti, alcune di queste funzionalità potrebbero essere non disponibili.
Chiudendo il banner con la X continui senza accettare: restano attivi solo i cookie tecnici e quelli analitici. Per saperne di più e cambiare le tue scelte in ogni momento leggi l’informativa privacy.

45° anniversario omicidio giudice Amato

Il ricordo del magistrato palermitano simbolo della lotta al terrorismo nero

di Alessandro Pendenza

La stele che ricorda Mario Amato, ucciso il 23 giugno del 1980 dal gruppo terroristico Nar

Il 23 giugno di quarantacinque anni fa alle 8.00 in punto il giudice Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, viene ucciso dai Nar – Nuclei armati rivoluzionari, mentre in viale Jonio aspetta l’autobus per raggiungere il suo ufficio in piazzale Clodio, dove è stato trasferito nel giugno del ’77 dal tribunale di Rovereto. Amato è senza la protezione di quella scorta rifiutata in favore dei colleghi che stanno indagando sul “più pericoloso” terrorismo rosso.

Quarantatré anni, sposato e con due figli, il giudice abita nel quartiere Montesacro. Gli assassini in sella ad una motocicletta si avvicinano all’uomo di spalle, uno dei terroristi spara un colpo alla nuca da pochi metri, uccidendo il magistrato sul colpo. Poco dopo la telefonata di rivendicazione a un quotidiano: “Buongiorno, qui i Nar, rivendichiamo l’omicidio del giudice Amato”. Il disegno dei terroristi é quello di bloccare le indagini sulla galassia neofascista che il sostituto procuratore sta conducendo, dopo che il magistrato titolare, Vittorio Occorsio, è stato a sua volta vittima del terrorismo.

Sarà l’ultimo magistrato vittima dell’estremismo politico in Italia.

Un particolare, riportato da un cronista arrivato sul luogo del fatto, racconta tanto dell’uomo e del magistrato: sulla punta di una scarpa, la sinistra, un buco che parla di un marito, di un padre, di un uomo attaccato al lavoro, vissuto come una missione.