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Dietro le quinte

Racconti del palazzo/1 Fuori dalle mura: l'arte, l'architettura e la storia

Prima tappa di un viaggio all'interno dell'edificio che ospita il Ministero della Giustizia

di Fiorenza Aini

  • Facciata del palazzo
    Facciata del palazzo Immagine 1 di 9
  • Case di san paolo
    Case di san paolo Immagine 2 di 9
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  • Legge a rosone
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  • Roma, Palazzo Firenze - Casellario giudiziario
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È un palazzo austero, immediatamente catalogabile come ‘istituzionale’ per i colori, la facciata che alterna mattoni a inserti in pietra, la scritta grande, così in alto che per essere vista ti fa piegare la testa all’indietro. Ha finestre imponenti e, sotto la targa di marmo, un pennone per la bandiera. Nel corso degli anni a quel pennone se n’è affiancato un altro a rappresentare il Paese in visita, e poi un altro ancora dove potesse sventolare la bandiera dell'Europa, ma quando sono stati completati i lavori del palazzo, di Europa unita non si parlava ancora.

La severità delle linee è quel che ci si aspetta da un palazzo dedicato alla Giustizia. Costruito per accogliere i rappresentanti massimi di un mondo che tutti si vorrebbe sentire amico ma che troppo spesso incute timore. Nel 1920 il Ministero si insedia in via Arenula, lasciando la sede di Palazzo Firenze, dove ancora oggi ha sede il Casellario giudiziale.
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Ma facciamo un passo indietro. E’ il 1797 e il direttorio esecutivo della neoistituita Repubblica Cisalpina (Stato dell'Italia settentrionale che si estese principalmente nelle attuali regioni Lombardia, Emilia-Romagna e, marginalmente, Veneto e Toscana), istituisce il Dicastero della Giustizia, incaricato di vigilare sulla sua buona amministrazione e sulla stampa e spedizione di leggi, decreti, proclami e istruzioni che dal Direttorio esecutivo venivano indirizzati alle autorità amministrative e giudiziarie.

Durante il periodo napoleonico in Italia non è esistito un palazzo di giustizia unico o un edificio monumentale centralizzato come quelli concepiti nei decenni successivi. La giustizia era stata radicalmente riorganizzata secondo il modello francese e i Codici Napoleonici, adattando e riutilizzando i palazzi storici esistenti (come quelli nobiliari, le vecchie sedi istituzionali o i conventi soppressi) per ospitare i nuovi organi giudiziari.

È solo con l’Unità d’Italia, nel 1861, che nascerà formalmente il Ministero: istituito sotto il Governo Cavour, sarà denominato Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti, essendo chiamato a gestire anche le Autorità religiose e gli affari ecclesiastici. Durante il ventennio fascista perderà la competenza sugli Affari di culto, che verrà affidata al Ministero dell’Interno. Da quel momento il Ministero sarà solo di Grazia e Giustizia fino al 1999, anno in cui il dicastero ancora una volta muterà nome, perdendo il termine ‘Grazia’. Con il decreto legislativo n. 300 del 30 luglio 1999 e con la successiva sentenza della Corte costituzionale n. 200 del 2006 al Ministro della Giustizia rimarrà il potere di istruire le richieste di grazia, ma sarà il Presidente della Repubblica a prendere su di sé il potere di concederla.

Un’altra importantissima tappa per il Ministero è quella tracciata dalla riforma che nel 1958 sottrae alla sua gestione il reclutamento, la nomina, i trasferimenti e il controllo della carriera dei magistrati. Nasce il Consiglio Superiore della Magistratura, che avocherà a sé tutte queste competenze per garantire autonomia e indipendenza del potere giudiziario dall'esecutivo.

Ma torniamo al Palazzo. Sappiamo che il progetto viene presentato nel 1913, per l’approvazione da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, e che l’edificio sarà poi edificato nell’arco di una quindicina di anni. Lo scoppio della Prima guerra mondiale interromperà i lavori che riprenderanno solo nel 1920, per concludersi in un primo assetto provvisorio, quattro anni dopo. Nel 1927, dopo una ulteriore fase di edificazione, Palazzo Piacentini verrà inaugurato, anche se nel frattempo, già nel 1920, il dicastero inizia a trasferirsi da Palazzo Firenze. Sarà solo nel 1932, con l’ultima sopraelevazione dell’ala posteriore, che i lavori si chiuderanno.

L’area prescelta per il nuovo edificio è quella del vecchio quartiere romano della Regola, con affaccio su via Arenula, aperta solo nel 1880 per collegare largo di Torre Argentina con Ponte Garibaldi. Il suo nome deriva direttamente dalla rena, la sabbia che il Tevere – che scorre proprio lì, a un passo – deposita sull’argine durante le piene.

Palazzo Piacentini è l’ultimo edificio, destinato a ospitare una istituzione, a essere realizzato e la sua costruzione comporterà la demolizione di una serie di case rinascimentali su via della Seggiola. L’unico complesso a salvarsi sarà il nucleo di case medievali, dette ‘Case di San Paolo’, che affacciano su via degli Strengari, la strada che collega via delle Zoccolette (dal nome delle calzature che indossavano le fanciulle povere e orfane, ospiti di un istituto fondato nel 1715 da Papa Clemente XI, il Conservatorio dei Santi Clemente e Crescentino) a Lungotevere dei Vallati, ridotta a una stradina che rappresenta solo una piccola porzione della sua estensione originaria.

Come si può leggere in uno studio realizzato nel 2005 per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti- ‘I lavori di adeguamento impiantistico del Ministero della Giustizia’ di Marisa Bonfatti Paini -: “Si tratta di un piccolo gruppo di case trecentesche che presentano un piano terreno porticato con colonne e capitelli di recupero e il maschio murario, bucato da finestre di foggia diversa”.  Al progettista, si apprende dallo studio, viene raccomandato di conservare “quella che veniva ritenuta una preziosa testimonianza dell’architettura minore romana, altamente qualificante il contesto e accresciuta dal valore artistico della tradizione che vuole abbiano ospitato San Paolo”.

L’architetto Piacentini, quindi, elaborerà il progetto considerando questa volontà conservatrice e prevedendo” nella parte posteriore dell’isolato”, un impianto che si “piega ad accogliere le preesistenze, contribuendo a isolarle e valorizzarle mediante una piazzetta” (Bonfatti Paini).

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Le ‘Case di San Paolo’ sono così denominate perché secondo un’antica leggenda, l’Apostolo avrebbe abitato qui, in una delle antiche case. La tradizione si baserebbe su una pergamena del 1245 in cui, in riferimento alla zona, si legge la frase “in loco ubi dicitur Pauli”, espressione che sottintenderebbe la Schola, dove cioè San Paolo avrebbe fatto catechesi. Nella casa dove avrebbe abitato San Paolo, sempre secondo la tradizione, sarebbe poi stata edificata la chiesa di San Paolo alla Regola

Ma torniamo su via Arenula, al Palazzo con la sua facciata, caratterizzata da imponenti bugnature a punta di diamante in travertino, l’ornato a ovoli e palmette, il loggiato dei corpi laterali, mentre sugli spigoli si può ancora vedere lo stemma dei Savoia.

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Al Ministero si accede da un portale a tre arcate, su cui sono stati collocati quattro tondi da cui sporgono i busti di altrettante figure allegoriche, scolpiti ad altorilievo. Rappresentano, partendo da sinistra, la Grazia, la Giustizia, la Legge e il Diritto (una diversa interpretazione dice che siano la Legge, la Giustizia penale, la Giustizia civile e il Diritto) e furono eseguiti nel 1919 da Fausta Vittoria Mengarini, figlia di Guglielmo, senatore del Regno, e di Margarethe Traube, di origine ebraiche, tra le prime donne laureate in scienze naturali. Fausta crebbe in un ambiente intellettuale e ricco di stimoli, e Palazzo Mengarini al Quirinale fu un autentico cenacolo di studiosi, letterati e artisti.

I racconti riportano una curiosità che riguarda il volto del primo medaglione, quello della Grazia. Si sa che il viso ritratto appartiene a Vincenza Mari, detta ‘la sartina di Trastevere’. Durante una intervista, rilasciata dall’interessata nel 2002, all’età di 100 anni, raccontò che ogni mattina partiva dalla sua casa in Trastevere e attraversava via Arenula per recarsi nei pressi di Piazza di Spagna, dove lavorava in una sartoria. Una mattina, aveva appena 17 anni, fu notata da Fausta Mengarini che la fermò e le chiede di farle da modella. Vincenza accettò e per un certo periodo, due pomeriggi a settimana, si recò allo studio per posare, ma non ebbe mai il coraggio di chiedere cosa stesse realizzando. Solo molto tempo dopo, nel 1927, sfogliando la Domenica del Corriere, trovo il suo viso raffigurato in quelle pagine e seppe in quel momento che campeggiava sopra Palazzo Piacentini: quel viso così dolce e giovane era la Legge. 

La legge A - Rosone sul portale di entrata (foto del Ministero della Giustizia)_1600.jpg