Officina Creativa: da 20 anni un modello di economia sociale
Luciana Delle Donne racconta in esclusiva per Arenula70 la storia di un progetto nato nel 2006 per dare speranza a chi cerca una seconda possibilità. E lancia un appello: non lasciamo che tutto questo finisca.
Il 26 ottobre 2006 nasceva la cooperativa sociale Officina Creativa, dalla quale sarebbe germogliato il progetto Made in Carcere. Vent'anni dopo, quella che sembrava un'avventura visionaria, forse persino un po' folle, è diventata un’esperienza di riferimento nell'ambito dell'economia sociale, del reinserimento lavorativo e della sostenibilità. Un percorso costellato di riconoscimenti, tra cui quello del Presidente della Repubblica, ma anche di ostacoli, cadute e ripartenze. Perché dietro ogni oggetto realizzato nei laboratori, dietro ogni tessuto recuperato e ogni cucitura, c'è una storia umana da ricostruire.
A raccontarcela è Luciana Delle Donne, che ha scelto di lasciare una vita agiata per dedicarsi a chi vive ai margini, facendo della solidarietà una vera e propria missione.
Vent'anni fa nasceva Officina Creativa. Se dovesse riavvolgere il nastro di questa avventura parlerebbe di coraggio o incoscienza?
Direi entrambe le cose. È stata una grande incoscienza, ma anche una scelta profondamente consapevole. Mi piace pensare che il nostro percorso sia iniziato con l'incoscienza e che oggi ci richiami sempre più alla coscienza, soprattutto alla coscienza sociale.
Non tutti avvertono la responsabilità di occuparsi delle situazioni scomode, delle persone che hanno sbagliato o che si trovano in condizioni di marginalità. Spesso ci preoccupiamo esclusivamente del nostro benessere, del nostro profitto, dimenticando che il benessere collettivo riguarda ciascuno di noi. Eppure, fare del bene fa bene a tutti.
Io ho lasciato una vita molto comoda, in cui il denaro non rappresentava un problema. Ho scelto di dedicarmi al volontariato, senza percepire un euro dal progetto, proprio per potermi rivolgere agli altri e chiedere aiuto senza alcun interesse personale. Volevo essere libera di costruire qualcosa che non fosse per me, ma per gli altri.
Da quell'intuizione è nato un progetto che nel tempo ha ottenuto importanti riconoscimenti. Quanto c'è di personale in questo successo e quanto, invece, appartiene alle persone che lavorano con lei?
Il merito appartiene a tutti. Io mi considero un po' come un buco con una caramella intorno: una persona che si lascia attraversare dalle idee, dalle energie e dalle capacità degli altri. Metto al servizio della comunità la mia creatività, la mia tenacia, la mia insistenza, ma il valore del progetto nasce dal contributo di ciascuno.
Abbiamo un'organizzazione orizzontale, non piramidale. Non esiste un capo che comanda e una serie di persone che eseguono. Ognuno ha un compito, ma tutti sono al servizio degli altri, in una logica circolare, senza invidie e senza competizioni.
I riconoscimenti ricevuti, compreso quello del Presidente della Repubblica, sono quindi riconoscimenti a un'intera comunità, il risultato di un lavoro collettivo che ha un unico obiettivo: restituire e costruire dignità e opportunità a chi è stato messo ai margini.

Quante persone avete messo all’interno del progetto in questi vent'anni?
Abbiamo incontrato almeno 500 persone tra donne, uomini e minori che hanno vissuto l'esperienza della detenzione. Probabilmente sono molte di più se consideriamo tutte quelle che abbiamo raggiunto attraverso le sartorie sociali di periferia che sosteniamo. Da Palermo a Lecce, da Venezia a Lecco, abbiamo formato donne che attraversavano momenti difficili, spesso con storie di grande fragilità. Forniamo a loro gli strumenti per ricostruire la propria autonomia, per diventare indipendenti, per tornare a casa con una nuova “cassetta degli attrezzi”, soprattutto interiore.
Il nostro obiettivo non è semplicemente offrire un lavoro. È insegnare un mestiere, trasmettere competenze, far scoprire che la creatività può diventare uno strumento di rinascita. Quando una donna impara a cucire, a progettare, a realizzare un prodotto bello e di qualità, comincia anche a guardare a sé stessa in modo diverso. E questo cambiamento e questa trasformazione possono essere straordinari.
Made in Carcere è conosciuto soprattutto per il recupero dei tessuti. Ma dietro questa scelta c'è una filosofia che va ben oltre la sostenibilità ambientale.
Quando abbiamo cominciato, vent'anni fa, nessuno immaginava che gli scarti tessili potessero diventare una risorsa così importante. Abbiamo recuperato materiali che sarebbero stati buttati, trasformandoli in prodotti capaci di unire estetica, creatività e valore sociale. Ma il vero recupero non riguarda soltanto i tessuti. Riguarda le persone. Noi utilizziamo una materia prima che non ha più valore commerciale per ricostruire vite che la società considera, troppo spesso, prive di valore.
La bellezza è un elemento fondamentale del nostro metodo. Un prodotto deve essere bello, curato, innovativo, perché solo così può trovare un mercato e garantire continuità al progetto. E la bellezza deve entrare anche nei luoghi in cui vivono le persone detenute. Abbiamo trasformato ambienti carcerari in spazi accoglienti, arredati con mobili antichi, tappeti, divani, tende dai colori delicati, sale di lettura e palestra. Abbiamo cercato di restituire una dimensione domestica a luoghi che troppo spesso sono sinonimo di degrado e spersonalizzazione.
Anche un pasto può diventare un gesto di dignità. Poter mangiare attorno a un tavolo apparecchiato, con una tovaglia e dei bicchieri, seppure di plastica ma colorati a forma di calice, è molto diverso dal consumare il cibo seduti su un letto, in una stanza angusta. Sono piccoli gesti che comunicano un messaggio enorme: tu sei una persona e meriti rispetto. Diciamo spesso che siamo tutti pezzi unici.
Il vostro impegno si rivolge anche ai giovani detenuti…
Con i ragazzi degli istituti penali minorili lavoriamo alla produzione di biscotti vegani certificati biologici. Abbiamo scelto materie prime di altissima qualità perché crediamo che anche il contatto con la bontà, con i profumi e con la qualità degli ingredienti possa essere un'esperienza educativa. Un ragazzo che proviene da un contesto familiare difficile può non aver mai avuto l'occasione di conoscere certi sapori, certe attenzioni, certe forme di cura. Noi vogliamo offrirgli un incontro con un mondo diverso, fatto di onestà, profumi, gusto e bellezza.
La permanenza negli istituti minorili è spesso breve, ma anche un'esperienza limitata nel tempo può lasciare un segno. A volte basta incontrare qualcuno che ti considera capace di fare qualcosa di buono per cominciare a immaginare un futuro diverso.
Vent'anni di attività significano anche difficoltà e imprevisti. Quali sono state le prove più dure?
Ne abbiamo affrontate tante. Il Covid, per esempio, ha rappresentato un momento drammatico. I laboratori si sono fermati, i flussi di lavoro si sono interrotti e abbiamo dovuto fare i conti con una situazione completamente nuova. Eppure, proprio in quei mesi, abbiamo sentito il dovere di fare qualcosa per le persone detenute, che erano particolarmente esposte al rischio di contagio. Così abbiamo prodotto e donato oltre 10mila mascherine. È stato un impegno intenso, generoso, ma inevitabilmente ha comportato anche un rallentamento e poi il blocco delle nostre attività produttive.
Dopo è arrivato l'incendio che ha distrutto completamente la nostra struttura nel carcere di Lecce. È successo di sera, per fortuna nessuna delle donne che lavoravano lì è rimasta coinvolta fisicamente. Ma il danno è stato enorme, e non soltanto dal punto di vista economico. Ci siamo fermati per un anno. La cosa più dolorosa è stata vedere quanto quell'incendio avesse ferito le donne detenute. Alcune mi hanno detto una frase che non dimenticherò mai: “Abbiamo sofferto di più quando abbiamo visto le fiamme divorare il nostro laboratorio che quando siamo state arrestate”.
Si rende conto di cosa significa? Quelle donne avevano vissuto l'arresto, la perdita della libertà, la separazione dai propri affetti. Eppure, vedere bruciare quel luogo in cui avevano ritrovato un senso, un lavoro, una prospettiva, aveva provocato in loro un dolore ancora più grande. Il laboratorio non era soltanto un posto dove lavorare. Era diventato casa, speranza, comunità, possibilità di riscatto. Vedere le fiamme distruggerlo significava temere di perdere tutto ciò che avevano ricominciato a costruire.
Quell'episodio ci ha segnati profondamente. Ma ci ha anche fatto capire quanto fosse importante non arrendersi. Perché quando un luogo diventa così prezioso per chi ha già perso tanto, hai una responsabilità ancora maggiore nel cercare di salvarlo.
Eppure, nonostante tutto, avete continuato a crescere e a diffondere il vostro modello. Cosa vi permette di andare avanti?
La convinzione che il bene non debba avere un'esclusiva. Se una sartoria sociale che abbiamo sostenuto e contribuito a formare diventa nostra concorrente, noi siamo felici. Significa che abbiamo trasmesso competenze, che abbiamo reso autonome altre persone, che il nostro modello ha funzionato. L’obiettivo non è fatturare ma divulgare, contaminare le coscienze.
Il nostro desiderio è che sempre più realtà possano occuparsi di chi sta ricostruendo la propria vita. È anche per questo che da tredici anni ospitiamo a Lecce studenti dell’Università LUISS, che trascorrono un mese con noi vivendo un'esperienza diretta all'interno del carcere. Sono giovani che un domani potranno diventare imprenditori, dirigenti, professionisti. Vogliamo che portino con sé la consapevolezza che esiste un'economia sociale e che il successo non si misura soltanto in termini di profitto. Si può fare impresa creando valore per la collettività.
I risultati ci incoraggiano. La recidiva tra le persone che abbiamo accompagnato è prossima allo zero, mentre quella generale viene spesso indicata intorno al 70% in assenza di esperienze di lavoro all’interno del carcere. Dietro questi numeri ci sono persone che non sono tornate a delinquere, famiglie che hanno ritrovato un equilibrio, vite che hanno imboccato una strada diversa. Ogni donna mediamente ha tre figli fuori e lo stipendio guadagnato in carcere spesso li aiuta negli studi e nel quotidiano. Un esempio concreto che viene da chi sta ricostruendo la propria vita.
E c'è anche un vantaggio per la società. Una persona detenuta costa tanti soldi alla comunità per ogni anno che resta in carcere. Non tornare dentro rappresenta non soltanto un successo umano, ma anche un risparmio importante per la collettività. Per questo credo che il lavoro in carcere dovrebbe essere considerato una priorità. Non possiamo limitarci a parlare di sicurezza se non investiamo concretamente nella possibilità di cambiare.
Guardando al futuro, quali sono i progetti che state portando avanti?
Stiamo lavorando su più fronti. Continuiamo a sostenere le sartorie sociali di periferia, trasferendo competenze, materiali e strumenti per consentire ad altre donne di costruire percorsi di autonomia, grazie anche alla Fondazione Conad che ha accolto la nostra proposta con gioia.
Parallelamente, abbiamo sviluppando un progetto che mi entusiasma molto: Intelligenza Artigianale. Vogliamo recuperare e valorizzare le competenze delle tradizioni artigianali italiane, come la cartapesta e la ceramica, reinterpretandole in chiave contemporanea. La tradizione non deve diventare qualcosa di immobile, da custodire soltanto nei ricordi. Può essere una straordinaria fonte di innovazione, un patrimonio da rinnovare attraverso nuove idee, nuove forme e nuovi linguaggi.
Abbiamo anche sviluppato abiti che hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Siamo candidati all’ambizioso premio del Compasso d’oro dove partecipano importanti architetti e designer. È una grande soddisfazione, perché dimostra che un progetto sociale può raggiungere livelli elevati di qualità e creatività. Tutto questo, però, ha bisogno di risorse, di collaborazioni e soprattutto di continuità. Non possiamo pensare che la passione, da sola, sia sufficiente a mantenere in vita un'organizzazione complessa, che dà lavoro e opportunità a tante persone.

Il Natale si avvicina...
In realtà stiamo vivendo un momento difficile, lo dico con grande sincerità. Avevamo costruito aspettative importanti per il periodo natalizio. Alcune aziende con cui lavoravamo ci avevano garantito commesse significative, sulle quali avevamo fatto affidamento per sostenere la produzione e il fatturato di fine anno. Poi quelle commesse sono venute meno. Hanno scelto prodotti diversi dai nostri, altre realtà produttive, ormai il nostro modello è stato ampliamente replicato. E noi ci siamo trovati ad affrontare una situazione che non avevamo previsto.
Avevamo organizzato il lavoro, programmato un'accelerazione della produzione e persino assunto nuove persone, che stavamo formando proprio per rispondere a quegli ordini. Poi, improvvisamente, sono venute meno le condizioni economiche per sostenere quel percorso. Non è soltanto una questione di bilancio. Quando parliamo di commesse, parliamo di persone che aspettano una retribuzione, di donne e uomini che stanno cercando di ricostruire la propria vita, di lavoratrici che hanno bisogno di sapere che domani potranno continuare a lavorare.
Ecco perché questo momento mi preoccupa tanto. Abbiamo superato il Covid, un incendio devastante, tante difficoltà organizzative e burocratiche. Abbiamo sempre trovato la forza di ripartire. Ma questa situazione rischia di compromettere il lavoro di vent'anni.

Sta dicendo che Made in Carcere rischia di non riuscire a proseguire il proprio cammino?
Io spero davvero di no. Ma sarebbe inutile nascondere la realtà: abbiamo bisogno di sostegno. Abbiamo costruito un modello che è stato replicato in tante parti d'Italia. Abbiamo aiutato centinaia di persone, formato sartorie sociali, creato prodotti di qualità, portato bellezza dove c'erano soltanto marginalità e sofferenza. Eppure, oggi, tutto questo non è sufficiente a garantirci la tranquillità economica necessaria per continuare.
Mi dispiacerebbe immensamente che un'esperienza così importante fosse costretta a ridimensionarsi o addirittura a chiudere per mancanza di ordini. Non sto parlando di un'attività che cerca semplicemente di sopravvivere sul mercato. Sto parlando di un progetto che genera valore sociale, che restituisce dignità, che riduce il rischio di recidiva, che contribuisce al benessere della comunità.
Dietro ogni prodotto c'è una persona che ha bisogno di sentirsi utile, di guadagnare onestamente, di poter immaginare un domani. Se il nostro lavoro si interrompe, non si ferma soltanto una produzione: si spezzano percorsi di rinascita. E questo, sinceramente, mi farebbe molto male.
Vuole lanciare un appello a tutti coloro che possono fare qualcosa?
Un appello molto semplice, che nasce dal cuore: supportateci, abbiamo bisogno di voi per poter proseguire un progetto così importante per tantissime persone in stato di detenzione e soprattutto per avere la possibilità di continuare a esistere.
Il Natale è il momento in cui siamo tutti più disponibili a pensare agli altri, a compiere un gesto di generosità, a cercare un regalo che abbia un significato e anche un messaggio profondo di coscienza e speranza. E allora perché non scegliere i nostri prodotti? Perché non trasformare una strenna natalizia aziendale in un'opportunità concreta per sostenere il lavoro di tante persone?
La nostra creatività genera oggetti di design molto apprezzati e attraenti, pieni di bellezza e dignità per un futuro migliore per tutti. Realizziamo gadget personalizzati, borse, accessori e prodotti che possono essere adattati alle esigenze delle aziende, con etichette e dettagli che raccontano anche l'identità di chi sceglie di sostenerci. Le aziende spesso decidono di acquistare un numero importante di prodotti per i propri dipendenti, per i clienti, per i collaboratori. A volte capita anche alle pubbliche amministrazioni… Un ordine significativo, una commessa che ci permetta di lavorare per settimane o per mesi.
Per quell'azienda sarebbe un modo concreto di celebrare il Natale, scegliendo un regalo originale, sostenibile e socialmente responsabile. Per noi, invece, potrebbe rappresentare molto di più: la possibilità di garantire stipendi, dare continuità alle attività e non disperdere il patrimonio umano e professionale costruito in vent'anni. E noi con la missione e la vocazione di divulgare questo metodo/modello potremo proseguire il nostro cammino coinvolgendo sempre più persone emarginate ed escluse dal mercato del lavoro, dentro e fuori dal carcere.
Non si tratta soltanto di solidarietà. Chiediamo di essere messi nelle condizioni di lavorare, di produrre, di dimostrare che un'impresa sociale può essere anche economicamente sostenibile, se incontra interlocutori disposti a riconoscerne il valore. Scegliendo Made in Carcere non si acquista soltanto un prodotto, ma anche una storia, un impegno, una possibilità concreta di cambiamento, un vero progetto di vita. E poi sono bellissimi e non fanno bene solo all’anima e alla coscienza sociale di tutti.
Se dovesse riassumere in una frase il significato di questi vent'anni, quale sceglierebbe?
Direi che dare e darsi è la nuova frontiera della ricchezza. Io non mi considero una benefattrice. Mi considero uno strumento attraverso il quale altre persone possono compiere gesti di bene, scoprire una parte migliore di sé, mettere le proprie capacità al servizio degli altri.
In questi vent'anni ho lavorato gratuitamente, spesso sedici, diciotto ore al giorno. E lo rifarei, perché ho visto persone cambiare, ritrovare fiducia, ricominciare a vivere. Ho visto donne che arrivavano in carcere con lo sguardo spento e che, dopo un percorso di lavoro, riuscivano a sorridere, a progettare, a immaginare un futuro. Ho visto persone che si sentivano scartate dalla società scoprire di poter creare qualcosa di bello, di utile, di prezioso.
Noi recuperiamo tessuti, ma in realtà cerchiamo di ricucire le cuciture storte delle vite. E ogni volta che ci riusciamo, quel bene non rimane soltanto nelle persone che lo ricevono, ma torna indietro, raggiunge la comunità, migliora anche la nostra esistenza.
Per questo oggi chiedo a tutti di non voltarsi dall'altra parte. Aiutateci a continuare questo lavoro. Supportare Made in Carcere significa salvare un'opportunità, una speranza, un futuro. E forse, in fondo, significa anche salvare un po' della parte migliore di noi stessi.