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La stanza del Ministro

L'eterno scontro tra i due concetti di Giustizia

Il Guardasigilli inaugura oggi uno spazio di analisi e approfondimento sui temi della giustizia

di Carlo Nordio

prima stanza

La Giustizia può esser intesa in due modi: come conformità a un principio ideale, e come conformità a un ordine positivo. Nel primo caso assume un significato assiologico, tendendo alla realizzazione di un valore; nel secondo esprime un vincolo formale, identificandosi nella legalità.

Nella sua prima accezione, la Giustizia si allinea con le altre categorie formali della nostra esperienza intuitiva: come la Bellezza, essa può esser definita una realtà spirituale di cui ognuno è depositario, benché la interpreti in modo soggettivo. È una cornice universale, dove il soggetto colloca un dipinto congeniale alla mentalità sua o del gruppo di appartenenza. Per quanto ne sappiamo, ogni individuo, in ogni tempo e latitudine ha concepito il bello e il giusto, salvo identificarlo in oggetti, o in comportamenti, differenti e talvolta opposti. Le leggi tramandateci dagli antichi, che - in linea generale - tendono a vincolare i comportamenti a valori condivisi, sono diverse a seconda delle civiltà e del periodo in cui si sono sviluppate. Ciò che un tempo era illecito è poi diventato obbligatorio; ciò che in un emisfero era riprovevole, in un altro era venerabile. Il quadro cambiava, ma la cornice rimaneva: la mente si era abbastanza evoluta da concepire quel quid che successivamente sarebbe stato formulato in regole vincolanti.

Queste ultime, tuttavia, non sono germinate soltanto dall’evoluzione e dal raffinamento della coscienza individuale che pur ne costituisce un logico antecedente. Un’ulteriore fonte di produzione risiede nell’utilità, ovvero nella necessità di dotare le prime aggregazioni di regole che ne consentissero la sopravvivenza elementare e, successivamente, lo sviluppo ordinato. Non sappiamo se l’aggressività della nostra natura derivi dal peccato originale e dal marchio di Caino, oppure dalla evoluzione lenta - e incompleta - dalle belve feroci. Probabilmente da entrambe, perché, come insegnava Hegel, la Religione rappresenta in figurazioni mitologiche una realtà che l’intelletto non è ancora idoneo a definire in senso speculativo, ma non per questo è meno effettiva. In ogni caso, l’esigenza di sicurezza in una convivenza conflittuale ha orientato i nostri antenati a elaborare delle regole che, nei secoli si sono viepiù raffinate, fino a pervenire a quella che chiamiamo legislazione. Il codice di Hammurabi, del secondo millennio a.C, contiene già delle norme valide ancora oggi.

La coesistenza nella legge positiva di questa duplice fonte, assiologia e utilitaristica, ha necessariamente prodotto alcuni conflitti. Poiché ciò che il governante ritiene utile non sempre coincide con ciò che l’individuo ritiene giusto, quest’ultimo si è spesso trovato davanti al dilemma se seguire l’imperativo autonomo della sua coscienza o se conformarsi a quello eteronomo della normativa statuale: un’antinomia che Sofocle ha risolto con Antigone e Platone con il processo a Socrate.