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Parole ai giovani

Street art: “Dalla strada può nascere creatività e comunicazione”

Melania Ruggini, curatrice del progetto, racconta l'esperienza educativa e artistica vissuta con i ragazzi ristretti nell'IPM

di Joy Bongiovanni

Street art: “Dalla strada può nascere creatività e comunicazione”

Creazione, formazione e condivisione. Queste le finalità del progetto di street art che ha coinvolto i giovani ristretti dell’Ipm A. Vivaldi di Rovigo. Si chiama Racconti di comunità ed è stato realizzato dall’associazione culturale Art Flood, che da 14 anni organizza il festival di arte urbana DeltArte per riqualificare spazi urbani ed edifici attraverso murales e installazioni. Per la prima volta, ad agosto, l’associazione è entrata in un istituto di pena per minori e ha mostrato loro come anche dalla vita in strada può nascere qualcosa di creativo e straordinario. E soprattutto, come la creatività può trasformarsi in una vera professione. I giovani ristretti, durante i cinque incontri pomeridiani, della durata di due ore ciascuno, hanno appreso l’arte del disegno e del murales grazie alle artiste Lisa Bettini e Monica Varliero.

A gNews, Melania Ruggini, storica dell’arte e curatrice del progetto, ha rivelato di avere un sogno: “Dare continuità all’iniziativa, attivando nuovi corsi di formazione, per creare uno spazio più vicino ai ragazzi”.

Dottoressa Ruggini, è la prima volta che Art Flood entra in carcere. Come è stata questa esperienza?

Art Flood è un’associazione di volontariato che da anni lavora per il sociale, con le scuole e con soggetti affetti da disabilità. L’esperienza nel carcere minorile è stata resa possibile grazie al progetto Horizon organizzato dalla Caritas di Adra – Rovigo. Data la nostra esperienza di formatrici nel campo dell’arte urbana, con attività rivolte soprattutto agli adolescenti, abbiamo accettato questa sfida e abbiamo trovato dei veri talenti tra i ristretti. I ragazzi si sono appassionati e hanno capito che anche la creatività può diventare un lavoro. Un ringraziamento va sicuramente alla Direttrice del carcere, Roberta Ghidelli, che ha favorito questa esperienza educativa e artistica.

Come si sono svolti i laboratori?

L’idea iniziale era quella di dare la possibilità ai ragazzi di realizzare un’opera di street art da poter appendere in carcere, magari in una sala comune. Allo stesso tempo, partendo dal presupposto che gli adolescenti hanno un profondo bisogno di appartenenza, abbiamo sviluppato insieme dei doodle, simboli che nell’arte urbana descrivono le esperienze vissute, dei segni distintivi della cultura di appartenenza: quello che oggi siamo soliti vedere nei tatuaggi. Abbiamo iniziato con la matita e poi abbiamo continuato con i colori. Il pannello realizzato rappresenta due writer che, armati di bomboletta spray, colorano la città trasformandola in un posto migliore: accogliente e inclusivo. L’ultimo giorno, mostrando alcune fotografie, abbiamo raccontato ai ragazzi le opere che, negli anni, come associazione abbiamo realizzato nelle scuole, nelle palestre e nelle biblioteche comunali. Tanti guardando le nostre opere sono rimasti a bocca aperta.

Quanti ristretti hanno partecipato ai laboratori?

Ha avuto un grande appeal: volevano partecipare tutti. A Rovigo ci sono 21 ragazzi ristretti, i primi due giorni hanno partecipato in 17 ma, data la presenza di altri laboratori, alla fine sono rimasti in 12/15: abbiamo riscontrato un interesse costante.  Attraverso l’uso dello slang giovanile e dell’arte urbana, siamo riuscite a far comprendere loro che anche dalla strada può nascere creatività e comunicazione.

 

 

Dopo questa prima esperienza, pensate di replicare?

Crediamo molto nella rieducazione e nel potere dell’arte e del volontariato, per questo ci auguriamo di attivare nuovi corsi, così da poter lavorare anche dentro l’Istituto. Questo per noi è stato solo l’inizio di un cammino di crescita reciproca, sarebbe un sogno realizzare murales anche sulle pareti esterne del carcere, sia come forma di espressione dei ragazzi sia per permettere alla comunità esterna di conoscere il loro talento, perché dialogando, attraverso l’arte, si possono abbattere tante barriere e pregiudizi.